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febbraio, 2009

In visita alla centrale termoelettrica di Fusina e alla nuova centrale ad idrogeno

17 febbraio 2009

Inserito da Arthur Carponi Schittar

I moglianesi in visita alla centrale termoelettrica di Fusina

La settimana scorsa mi sono aggregato volentieri ad una visita guidata di cittadini moglianesi di varie associazioni alla centrale termoelettrica “Palladio” di Fusina. La struttura nel suo complesso ha una potenza installata di più di 1000 megawatt e produce all’anno circa 7 miliardi di KWh, più o meno il fabbisogno elettrico di 1.400.000 famiglie (circa 4 milioni di persone).

La cosa che mi ha più colpito è questa: accanto alla centrale termoelettrica alimentata a carbone polverizzato (scuseranno i tecnici se uso qualche termine non corretto) e CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti), è in costruzione una grande struttura avveniristica. Si tratta di una centrale ad idrogeno. Anzi, più precisamente, si tratta della più grande centrale ad idrogeno di questo genere che entrerà in funzione nel mondo.

La centrale ad idrogeno di nuova costruzione, il primo e più grande impianto al mondo di questo tipo

La centrale a idrogeno avrà una potenza di 12 MW. Produrrà da sola energia per soddisfare il consumo annuo di più di 40.000 famiglie e con zero emissioni di CO2: producendo la stessa quantità di energia con altre fonti si immetterebbero in atmosfera 20.000 tonnellate di CO2 all’anno. L’investimento è di oltre 40 milioni di euro.
Che un simile impianto fosse costruito in Italia, proprio a due passi da noi, mi ha fatto sentire molto orgoglioso del nostro Paese e delle sue capacità; e, visti i tempi, è una cosa che purtroppo non accade spesso.

L’idrogeno come singolo elemento è poco presente in natura sulla Terra; è, però, legato con altri elementi, abbondantissimo, e lo troviamo in molti composti, il più importante dei quali è l’acqua. I modi per ricavare idrogeno più utilizzati oggi sono principalmente due: attraverso l’elettrolisi (scindendo la molecola d’acqua in ossigeno e idrogeno) o per scissione dai combustibili fossili. Salta subito all’occhio che nella seconda ipotesi si perde la caratteristica dell’idrogeno di energia pulita e rinnovabile. Mentre per effettuare l’elettrolisi servono abbondanti quantità di energia; quindi, alla fine, si va ad utilizzare energia prodotta in altro modo per ricavare l’idrogeno. Si ricade quindi nel circolo vizioso delle energie tradizionali da combustibili fossili. Una soluzione a livello mondiale non si è ancora trovata.

La cosa bella, nel caso della nuova centrale di Fusina, è che per ricavare l’idrogeno da non si ricorrerà né all’uno né all’altro procedimento. In pratica, molte lavorazioni industriali di Marghera producono idrogeno di scarto che fino ad oggi veniva… buttato. Le varie realtà imprenditoriali si sono consociate nel Consorzio Hydrogen Park di Porto Marghera, che già oggi produce più di 5000 tonnellate all’anno di idrogeno. Questo idrogeno, che oggi è lo scarto di altre lavorazioni, costituirà il combustibile della nuova centrale: raggiungerà l’impianto di Fusina tramite una conduttura di 4 km. A ciò si aggiungerà il riutilizzo dell’idrogeno prodotto dalla gassificazione nella vicina centrale a carbone.

La centrale ad idrogeno dovrebbe cominciare a funzionare tra pochi mesi. E’ all’attenzione di tutto il mondo, dal Giappone alla Germania agli Stati Uniti, che guardano a questa grande sfida italiana con curiosità e apprensione. Tutti abbiamo infatti capito che l’idrogeno rappresenterà una delle risorse più importanti del futuro (anche se è un vettore, e non una fonte di energia – clicca qui).

Per cui speriamo vada tutto bene e che il nostro angolo di pianeta si ritagli il proprio piccolo spazio nella storia delle energie pulite, dopo essere stati tristemente noti per fumi, fanghi tossici, inquinamento, discariche. Questa centrale, infatti, nelle intenzioni di molti vorrebbe essere il primo passo verso la trasformazione di Marghera in un polo di studio e produzione per le energie alternative e rinnovabili. Se davvero ci si riuscisse, non potremmo che esserne felici e fieri.

Grazie alle guide espertissime e a chi mi ha invitato a questa visita così interessante.

 

Aderisci a M’illumino di Meno, giornata nazionale del risparmio energetico

13 febbraio 2009

Inserito da comitato

Il logo ufficiale dell'iniziativa

di Laura Fusaro

Richiamiamo l’attenzione di tutti i visitatori sull’iniziativa M’illumino di Meno, lanciata per il quinto anno consecutivo dalla trasmissione radiofonica Caterpillar di Radio Rai Due. Si tratta, in sostanza, di una giornata di mobilitazione internazionale in nome del risparmio energetico indetta per oggi, 13 febbraio.
L’invito rivolto a tutti è quello di spegnere luci e dispositivi elettrici non indispensabili dalle ore 18 alle ore 19.30. Per saperne di più, visita il sito www.carterpillar.rai.it

Il comitato Legalità e Benessere si è già occupato di temi ambientali ed energetici (invitando ad altre campagne di informazione – qui -  e con una serie di consigli sul risparmio energetico – qui), e continueremo a farlo con convinzione. Vi invitiamo, oltre che ad aderire a quest’iniziativa nazionale, a risparmiare sempre e comunque quanta più energia possibile. Come dice un antico proverbio, “Non abbiamo ereditato la terra dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”.

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Speciale: Dossier bomba sui T-red a Mogliano

4 febbraio 2009

Inserito da comitato

[**nota di aggiornamento: la pubblicazione del dossier è momentaneamente posticipata, in attesa di maggiori sviluppi dell'inchiesta giudiziaria. Alcuni punti molto importanti, su cui si basa anche la nostra inchiesta, sono ancora oggi incerti. Il rilascio di Stefano Righetti, inventore dei T-red, inizialmente arrestato, e i dubbi sulla mancata omologazione, ci impongono di attendere ancora un po'. Questo perché non vogliamo essere nè populisti, nè sbrigativi ma, come sempre, essere invece oggettivi, informati, costruttivi. Abbiate quindi pazienza: il prodotto finale che leggerete sarà migliore e più attendibile**]

Stiamo confezionando un dossier costituito da 5 articoli (tra cui uno veramente lungo) che approfondiscono la vicenda T-red a Mogliano. Racconteremo nei dettagli una vicenda molto complicata dal punto di vista tecnico, amministrativo, politico, giudiziario. Ricostruiremo le posizioni di amministratori e politici e mostreremo come siano cambiate nel tempo. Daremo date, numeri, cifre. Pubblicheremo tutte le fonti e i documenti pubblici su cui ci siamo basati per la ricerca.

Non daremo giudizi. Sottolineeremo, qui e lì, alcune incongruenze, contraddizioni, aspetti oscuri. Vogliamo che siate voi, se avrete la costanza di leggere interamente gli articoli, a dare un giudizio finale e attribuire le responsabilità, perlomeno morali e politiche, di ciò che è accaduto. La verità giudiziaria farà il suo corso e seguiremo le sue risultanze; ma già ora è possibile sottolineare tutta una serie di eventi affinché la cittadinanza prenda coscienza.

Attendete con pazienza ancora un po’. Ci stiamo mettendo più del previsto per controllare approfonditamente le fonti e seguire le continue evoluzioni nelle scoperte di magistratura. Per il grado di precisione, capirete che ci sono voluti giorni di intenso lavoro.

Seguiteci…

 

I rischi e le condizioni di degrado del percorso ciclo-pedonale del ponte sul Dese: una brutta presentazione per Mogliano

3 febbraio 2009

Inserito da Arthur Carponi Schittar

La brusca fine del percorso protetto per pedoni e ciclisti del ponte sul Dese

Pubblico un piccolo servizio fotografico con alcuni commenti sulle condizioni del ponte sul fiume Dese, che fa proprio da confine ai territori del Comune di Mogliano e quelli di Mestre.

Questo ponte proprio per il fatto di trovarsi a cavallo tra due Comuni e in particolare due Province è sempre stato una sorta di “terra di nessuno”, un po’ abbandonata a se stessa.

Piccolo excursus storico: a metà degli anni ’90 si aprì una voragine di circa due metri tra Postiglione (la storica stazione cavalli, poi celebre ristorante, oggi chiusa) e Terraglio; per non rischiare che il danno si allargasse, mentre si lavorava per rinforzare la struttura, il traffico del Terraglio venne fatto transitare su un ponte prefabbricato Baley, posto accanto al ponte storico.

Guardate quant'è stretto lo spazio per pedoni e ciclisti, che si trovano pericolosamente esposti ad auto e mezzi pesanti

Veniamo ad oggi e cominciamo con la cosa più importante: la sicurezza.
Sorvoliamo per ora sul fatto che si rischia di perdere la vita cercando di percorrere in bicicletta o a piedi grandi tratti di Terraglio in territorio moglianese: ne parleremo in futuro.

In questo punto in particolare c’è una delle situazioni di maggior pericolo di tutta la zona. Il ponte, infatti, rappresenta uno dei maggiori restringimenti dell’antica strada, che qui tra l’altro fa una curva quasi ad “S”.

Per proteggere pedoni e ciclisti si era creato un passaggio protetto con un guardrail lungo la sponda della struttura (destra venendo da Mogliano). Ma questo percorso si interrompe bruscamente appena finito il ponte e il pedone o ciclista si ritrova letteralmente sulla linea della carreggiata. La strada lì è molto stretta e già le macchine passano a ridosso della linea; quando poi vi sono camion o autobus, c’è letteralmente da avere paura. Guardate la foto qui accanto, la prima scattata quando ci siamo recati sul luogo per documentare il pericolo. Capite bene, guardando l’automobile, quale sia il rischio per un’eventuale bicicletta (o un pedone, che in questo caso probabilmente sarebbe obbligato a salire sul dossetto di terra ed erba).

Questo è sicuramente il più grave ed evidente pericolo, che andrebbe risolto il prima possibile. Come vedete lo spazio, anche se poco, c’è. Basterebbe eliminare terra ed erbacce e asfaltare il bordo della strada, in modo da garantire la percorribilità a piedi e in bici senza doversi esporre sulla carreggiata. Non è una cosa che costi chissà quanto, ma è una piccola attenzione che potrebbe evitare gravi incidenti. Come si usa dire, prevenire è meglio che curare: è qui il pericolo è molto chiaro. Se già non vi è successo, passate di qua e verificate il percorso: quando sentirete fischiare uno specchietto o peggio un intero Tir a pochi centimetri da testa e schiena, capirete.

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Guardrail… purtroppo la cronaca ci dà ragione…

3 febbraio 2009

Inserito da Arthur Carponi Schittar

L’altro giorno un affezionato visitatore del sito mi ha portato un ritaglio di giornale. Leggendolo ho avuto un’amara conferma: la battaglia contro i guardrail assassini è più che mai necessaria e attuale. La situazione che avevamo descritto pochi giorni fa sul sito (clicca qui), con i guardrail che decapitano, mutilano, spezzano motociclisti e scooteristi, ha fatto un’altra vittima, per fortuna non mortale: il malcapitato (che poi è un’automobilista schizzato fuori dall’abitacolo) ha perso entrambi i piedi, mozzati, ma uno gli è stato riattaccato (leggete l’articolo qui sopra).

I primi soccorritori hanno definito la scena “raccapricciante”.
E pensare che con poche migliaia di euro all’anno investiti in sicurezza stradale potremmo risparmiarci tutto ciò. Risparmiarci centinaia di morti e mutilati in giro per l’Italia. Se ogni Comune, Provincia, Regione, facesse la sua parte, senza aspettare i tempi dello Stato Italiano che di simili problemi sembra se ne strafreghi, saremmo più tranquilli e tutelati.

Un esempio italiano di guardrail efficace anche per i motociclisti. Costi? Dai 25 ai 60 euro al metro. Quanto vale la vostra vita?

Ho chiamato un’amica dottoressa del pronto soccorso dell’Angelo per chiederle nuovamente quanti  morti e mutilati da guardrail avesse visto negli anni trascorsi al reparto; mi ha risposto “moltissimi”. “Tanti decapitati”, ha detto. Volevo avere una conferma ulteriore di quel che sapevo già. Ma la cosa mi ha fatto fremere di indignazione ancor più: possibile, mi chiedo, che eccetto le associazioni di motociclisti e scooteristi nessuno si occupi di questa cosa? Quante trasmissioni come Porta a Porta o Matrix sono state dedicate all’infanticidio di Cogne o al delitto di Perugia? Eppure, dato che non fa share, neanche un minuto per parlare di decine, centinaia, di morti e feriti gravi ogni anno in Italia. Evitabili!
Scusate se insisto, ma sento di dovere: nessuno pensa ai problemi generali finché non lo toccano, ma vi rendete conto che voi, vostra moglie, vostro marito, vostro figlio, potreste venire decapitati dal guardrail in un banale incidente stradale perché nessuno si è preoccupato di spendere, che so, quindicimila euro all’anno per renderli meno pericolosi?
Se volete leggete il nostro articolo completo sul problema e sulle possibili soluzioni cliccando qui.

 

I pini dell’inizio di via Zermanesa che sporgono sulla carreggiata

3 febbraio 2009

Inserito da Arthur Carponi Schittar

I pini "disassati" che sporgono sulla carreggiata, danneggiando autobus e camion

Proprio all’inizio di via Zermanesa, dalla chiesa in poi, si vedono sul lato sinistro numerosi pini marittimi (Pinus Pinea) che oggi avranno trenta-quarant’anni d’età. Per ricevere più luce molti di questi alberi, crescendo, si sono sporti verso la strada, allontanandosi dagli alberi più grandi del parco di villa Stucky che facevano loro ombra: il fenomeno si chiama “eliotropismo”, che significa praticamente “muoversi verso il sole”.

Il risultato è che oggi invadono con il tronco la carreggiata. Guardate la foto accanto per rendervi conto di quanto siano fuori asse.

Ciò non crea rischi per le auto, basse e quindi al sicuro, ma lo fa invece per i mezzi a sagoma alta, come gli autobus e i camion. Anche perché i pini si trovano su una curva a destra (andando verso il centro) dove, naturalmente, i mezzi più larghi stringono per non correre lungo la mezzeria. Infatti di sinistri causati da questi pini ne sono già accaduti parecchi.

Una profonda scortecciatura dovuta allo scontro con un automezzo

Per rendersene conto basta guardare gli alberi all’altezza di tre metri circa: tutti quelli che invadono la carreggiata hanno profonde ferite e scortecciature, chiaro segno di incidenti passati. E se i pini danneggiati sono molti, ancora di più sono i veicoli.

E’ chiaro che si tratta di una situazione irragionevole: gli alberi, belli e “verdi”, non possono diventare un pericolo per le persone. Quindi, o si vieta il traffico ai veicoli a sagoma alta, o si tagliano i pini; la mia modesta preparazione di botanica mi induce ad escludere la possibilità di raddrizzarli.
In tutti i casi non sarà una soluzione semplice. Nel primo caso si devia il traffico… ma per dove? (e infatti è piuttosto improponibile come ipotesi) Nel secondo caso si perdono dei bellissimi alberi. Ma far finta che il problema non esista, com’è accaduto negli ultimi dieci anni, non lo risolverà.

Un’interpellanza in consiglio comunale del 20 gennaio 2004 del sig. Turato (che qui ringrazio per avermi messo a parte di questo ed altri problemi) non ha ancor oggi avuto risposta nei fatti, dopo che ormai si sono succedute tre (o quattro…) amministrazioni.

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